Intervista
Seconde generazioni. Mahmood:
"Cosa chiedono? Di essere viste"
Elaborazione su foto di Giulia Bersani
Sei cresciuto in una di quelle periferie urbane oggi all’attenzione delle cronache per il disagio dei ragazzi di seconda generazione, disagio che può arrivare fino ad alimentare comportamenti criminali. L’hai visto da vicino? O quello di cui si parla oggi è qualcosa di nuovo?
«Sono cresciuto in periferia, in un contesto dove le differenze culturali, economiche e sociali le respiri ogni giorno. Il disagio dei ragazzi di seconda generazione non è una novità: esiste da tempo». A parlare è Mahmood, al secolo di Alessandro Mahmoud, nato a Milano nel 1992, cantautore e paroliere vincitore di due edizioni di Sanremo. «Ho vissuto alcuni problemi sulla mia pelle, soprattutto nell’età adolescenziale. Bullismo, cattive compagnie: sono traumi che ti rimangono nella crescita. Forse oggi è tutto più visibile, più raccontato, anche più esasperato dai social. Ma quella sensazione di sentirsi “in mezzo”, di non essere mai abbastanza di qua o di là, io l’ho vista da vicino. È una tensione silenziosa che se non viene ascoltata può trasformarsi in rabbia o in chiusura».
Tuta gold e Ra Ta Ta parlano di quei ragazzi.
«In Tuta Gold racconto gli scenari vissuti durante l’adolescenza: situazioni legate allo spaccio, contesti difficili e talvolta pericolosi. È il ritratto di una realtà in cui spesso ci si ritrova non tanto per scelta, ma per il bisogno di sentirsi parte di un gruppo, per la paura di essere esclusi o di non riuscire a prendere una strada diversa. In Ra ta ta, invece, l’attenzione si sposta sul tema della guerra e sulle sue conseguenze più drammatiche: i bambini e gli adolescenti che non hanno possibilità di scegliere il proprio destino. È il racconto di un’infanzia e di un’adolescenza spezzate, rubate troppo presto, dove al posto dei giochi ci sono le armi e dove sembra non esistere una via di fuga. La canzone mette in luce l’ingiustizia di crescere in un contesto di violenza, in cui la libertà è negata fin dall’inizio».
Che cosa ci stanno dicendo quei ragazzi? I loro genitori spesso sembrano meglio integrati di loro.
«Secondo me stanno dicendo una cosa molto semplice: “Vedeteci”. Vogliono essere riconosciuti come parte del Paese, non come un problema da risolvere. Spesso i loro genitori sembrano meglio integrati perché hanno avuto un obiettivo chiaro: lavorare, costruire stabilità, sopravvivere. Hanno fatto dei sacrifici enormi. I figli invece crescono con aspettative più alte e con il peso di dover dimostrare qualcosa in più. Non si accontentano di essere tollerati, vogliono appartenere davvero. E quando non sentono quello spazio, si crea una frattura. Molto spesso anche con l’uso dei social tutto sembra dovuto e facile, ma in ogni cosa e in ogni contesto è importante avere sempre il coraggio di mettersi in gioco, lottare, rinunciare ad alcune cose per ottenerne delle altre».
Che cosa gli serve? In che modo ci si dovrebbe avvicinare a loro?
«Bisogna dare opportunità concrete, spazi sicuri dove potersi esprimere, adulti che ascoltino senza giudicare subito. Servono investimenti economici da parte dello Stato per creare una scuola che non li faccia sentire indietro in partenza. Servono cultura accessibile, sport, musica, luoghi di aggregazione. Serve un’istruzione efficace per dare un futuro migliore. E serve anche un linguaggio diverso da parte delle istituzioni e dei media: meno etichette, più responsabilità condivisa».
Immagine di Thamonwan Chulajata – Vecteezy.com
Tu cosa cercavi alla loro età?
«Cercavo un posto nel mondo. Cercavo qualcuno che mi dicesse che la mia storia, con tutte le sue complessità, aveva valore. Cercavo un modo per trasformare la confusione in qualcosa di creativo. La musica è stata la mia via di fuga e allo stesso tempo il mio modo di restare. Sono stato anche fortunato ad avere una mamma tosta che mi ha messo a lavorare da subito dicendo che non tutto era dovuto, e che mi ha tolto da molte distrazioni»
Quando parli con quei ragazzi, anche con quelli che sono incappati nella giustizia, il riferimento alla madre è costante. E spesso la madre compare nei testi trap.
«Il riferimento alla madre è fortissimo perché spesso è la figura più presente, quella che tiene insieme tutto. In molte famiglie di periferia la madre è il centro emotivo, il punto di resistenza. Nella trap, come nella vita, la madre rappresenta le radici, il sacrificio, ma anche il senso di colpa quando si sbaglia. È l’unico giudizio che fa davvero male. È la persona davanti alla quale cadono le maschere».
Quanto c’è di quei ragazzi in Mahmood? Li senti in qualche modo fratelli?
«Mi sento vicino a loro anche quando sbagliano. La fatica di essere parte di qualcosa, la paura di essere esclusi. Non giustifico certi comportamenti ma capisco la radice emotiva che può portarci lì, insicurezze che portano a determinate situazioni. So cosa significa sentirsi etichettati prima ancora di parlare».
E senti il loro sguardo su di te? Pensi di poter essere un riferimento?
«Non mi vedo come un modello perfetto, ma se posso essere la prova che si può partire da un contesto difficile e costruire qualcosa senza rinnegare le proprie origini, allora va bene. Vorrei che vedessero che esistono alternative, che la creatività può essere una strada reale».
Che cosa pensi del nomignolo “maranza”? Può essere recepito come offensivo?
«Il termine “maranza” è complicato. È nato come descrizione di uno stile, ma può diventare facilmente un’etichetta riduttiva o offensiva. Dipende da come lo usi e con che intenzione. Se serve a ridicolizzare o a semplificare, allora rischia di fare danni. Lo stesso termine può essere definito anche in chiave positiva: non solo un’etichetta di periferia, ma uno stile cool fatto di un modo di vestire ben definito, di sicurezza ostentata, di orgoglio di appartenenza. Un modo per distinguersi e trasformare le proprie radici in identità».
Marina Terragni