Intervento

"L'IA è un amico perché mi ascolta"

Illustrazione di MADALENE MAY FOLCO, 2026 / ISS Rossellini

Giuseppe Lavenia
Psicologo e psicoterapeuta
Università Politecnica delle Marche

Con lei posso dire tutto. Non si stanca. Non mi giudica». Luca ha sedici anni, parla a bassa voce, quasi temesse di essere sentito. Non sta parlando di un amico, né di un genitore, né di uno psicologo. Sta parlando di un’intelligenza artificiale. La usa la sera, soprattutto quando tutti dormono. Le racconta quello che non riesce a dire a nessuno: la rabbia, la vergogna, la paura di deludere. Dice che lì si sente “ascoltato”.

Non è un caso isolato. Sempre più ragazzi e ragazze, anche molto giovani, stanno costruendo con l’intelligenza artificiale una relazione che somiglia pericolosamente a un legame affettivo. Confidente, amico, a volte persino “psicologo”. Non perché l’IA curi davvero, ma perché risponde. Sempre. Senza interrompere. Senza sbuffare. Senza dire “esageri”.

Lo confermano i dati dell’indagine Giovani soli tra famiglia e IA (Associazione nazionale dipendenza tecnologiche e Skuola.net): il 46% degli adolescenti dichiara di aver utilizzato l’intelligenza artificiale per parlare delle proprie emozioni; uno su 10 lo fa abitualmente. Il 66% la percepisce come non giudicante, il 64% dice di sentirsi compreso, il 58% la considera un aiuto emotivo. Non sono numeri tecnologici. Sono numeri relazionali. Parlano di solitudine, non di progresso.

Chi lavora clinicamente con gli adolescenti lo vede ogni giorno. Martina, 15 anni, arriva in seduta dopo mesi di silenzi a casa e a scuola. Racconta che quando si sente “di troppo”, apre una chat con l’IA e scrive tutto quello che le passa per la testa. «Almeno lì non devo spiegare perché sto male», dice. Non chiede soluzioni, chiede presenza. E l’algoritmo, programmato per rispondere, gliela restituisce sotto forma di parole rassicuranti.

Il punto non è demonizzare l’intelligenza artificiale. Sarebbe ingenuo e inutile. Il punto è chiederci perché tanti minorenni sentano il bisogno di affidare la propria vita emotiva a una macchina. La risposta è scomoda: perché spesso, nel mondo reale, non trovano adulti capaci di ascoltare senza giudicare, senza correggere, senza minimizzare.

L’IA diventa così uno spazio “sicuro” non perché sia buona, ma perché è prevedibile. Non ha umore. Non si stanca. Non si spaventa davanti al dolore. Ma proprio qui sta il rischio più grande: l’illusione di una relazione senza attrito, senza limite, senza frustrazione. Una relazione che non educa alla complessità dell’incontro umano.

Illustrazione di MADALENE MAY FOLCO, 2026 / ISS Rossellini

C’è un altro aspetto che non possiamo ignorare. L’intelligenza artificiale non ha corpo, non ha sguardo, non ha silenzio. Eppure i ragazzi le attribuiscono intenzioni, comprensione, persino affetto. È un processo di antropomorfizzazione potente, che avviene soprattutto nelle fasi della vita in cui l’identità è fragile e il bisogno di riconoscimento è massimo. L’adolescente non cerca risposte corrette: cerca qualcuno che lo tenga mentre è confuso.

In seduta, quando questi ragazzi parlano dell’IA, non parlano di tecnologia. Parlano di assenza. Di adulti troppo occupati, di genitori ansiosi o distratti, di insegnanti che valutano ma non ascoltano. Parlano di una società che chiede di funzionare, non di sentire.

E allora l’algoritmo diventa lo specchio che non c’è. Uno specchio che riflette sempre, ma non trattiene nulla. Che risponde, ma non si assume responsabilità. Che consola, ma non accompagna nella crescita. Questo è il punto cruciale: l’intelligenza artificiale può simulare l’ascolto, ma non può educare al dolore, al limite, alla relazione.

Il rischio non è che i ragazzi parlino con l’IA. Il rischio è che smettano di cercare gli esseri umani. Che imparino che per essere ascoltati non serve esporsi davvero, non serve sostenere lo sguardo dell’altro, non serve attraversare il conflitto. E questo, nel lungo periodo, impoverisce la capacità di stare in relazione.

Come adulti, come clinici, come istituzioni, siamo chiamati a una responsabilità chiara: non competere con la tecnologia, ma tornare a essere presenti. Creare spazi di ascolto reali, imperfetti, umani. Accettare che i ragazzi dicano cose che ci disturbano, che non capiamo subito, che non sappiamo aggiustare.

L’intelligenza artificiale ci sta mostrando qualcosa di prezioso e doloroso insieme: dove manchiamo. Sta occupando il vuoto che lasciamo quando non ascoltiamo davvero. Se vogliamo che i minorenni non scambino un algoritmo per un amico o per uno psicologo, dobbiamo tornare a fare la parte più difficile del nostro ruolo: esserci. Con tempo, con limiti, con responsabilità. Con umanità.

Perché nessuna macchina, per quanto evoluta, potrà mai sostituire ciò che un ragazzo cerca davvero: qualcuno che resti, anche quando fa fatica ad ascoltare.

Geronimo Stilton per prealfabetizzare i bambini della primaria all’IA

Sette bambini su 10 di età tra i nove e i 10 anni hanno utilizzato modelli di intelligenza artificiale generativa. Un quantità che aumenta con il crescere dell’età (11-12: 86%, 13-14: 96%, 15-16:98%). Cosa ci fanno? La ricerca EU Kids Online 2026, in Italia coordinata dalla professoressa Giovanna Mascheroni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, da cui sono tratti questi dati, ha esaminato la fascia 9-16. Più frequentemente (44%) usa l’IA per sintetizzare o farsi spiegare testi lunghi. Il 34% dei minorenni si è servita per ottenere consigli su cose da ascoltare, guardare e fare o i miglior prodotti da acquistare. Si fa aiutare per i compiti scolastici il 26%, parla con un chatbot delle proprie preoccupazioni per avere consigli il 24% e il 20% lo fa a proposito della propria salute fisica. Soltanto il 5% dichiara di aver usato l’IA per generare deep fake, mentre il 19% crea immagini o video. I ragazzi italiani tra 9 e 16 anni ricorrono all’intelligenza artificiale prevalentemente per risparmiare tempo (45%) e perché non riescono a trovare ciò di cui avevano bisogno altrove (43%).

L’indagine conferma che l’uso dell’intelligenza artificiale è già una realtà per molti bambini in età di primaria. Per questa ragione l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha lanciato a marzo, in collaborazione con Edizioni Piemme – Mondadori libri, il progetto Geronimo Stilton alla scoperta dell’intelligenza artificiale. Un’iniziativa di pre-alfabetizzazione all’IA destinata alle quarte classi della primaria del prossimo anno scolastico che, pur senza l’utilizzo di periferiche digitali, consenta agli alunni di sviluppare consapevolezza e spirito critico nei confronti di questa nuova tecnologia. In particolare si spiega ai bambini che l’intelligenza artificiale non è un amico, né un confidente, né uno psicologo ma uno strumento. Una cosa, non una persona.

Mille classi sono state destinatarie di 30 mila copie complessive di un libro-gioco di Geronimo Stilton che propone un’avventura accompagnata da attività ludiche destinate a fini educativi. Si sono candidate complessivamente altre mille classi da tutta Italia che possono scaricare da un’area riservata una copia del libro stampabile in autonomia. Il progetto è accompagnato da una guida per insegnanti, che possono usare liberamente il materiale per la didattica. È disponibile anche un modello di prompt per generare altri giochi analogici di educazione all’IA.