Storia
La gente ha paura di noi. Ma io non sono cattivo
Ahmed ha 17 anni. Nato in Egitto, oggi vive nella comunità di accoglienza Kayròs guidata da don Claudio Burgio a Vimodrone (Milano), messa alla prova dopo otto mesi di Beccaria. L’outfit è classicamente maranza. Per lui maranza va bene: berretto finto Gucci, borsello fake Vuitton, mano di Fatima al collo. Ha fatto un bel po’ di guai, spaccio e furti: «Cellulari, collane d’oro. Ma solo a uomini. Toccare una donna è come toccare mia madre». All’inizio sua madre le mancava molto, ora si è abituato. Aveva appena 12 anni quando è partito.
«Se resto qui muoio, ho pensato. Ero piccolo ma già pensavo. Meglio morire se devo vivere così. Un po’ di scuola – lì non c’è obbligo –, lavoretti da meccanico. Cartongesso. Lì lavorano anche i bambini. Mio padre è muratore. Potevo solo fare il muratore. Impossibile cambiare. Vivere in affitto in una casa schifosa, quei pochi soldi che vanno tutti per mangiare. Vivere come un morto. Io volevo una bella vita. Non dico Elon Musk, ma qualcosa di bello. Con il cellulare vedevo il Duomo di Milano. Ragazzi davanti al Duomo che ridevano e si divertivano. Potevo farcela al 50 per cento, l’altro 50 era che mi mangiavano i pesci. Meglio che morire al 100 per cento. Gente che conoscevamo stava per partire. Ho detto a mia madre: “Ma’, parto anch’io”. Lei non voleva. Mio padre ha detto: ok, tanto ho un altro figlio maschio.
Sono partito. Siamo andati dal trafficante di Tilbanah, un tipo sulla trentina che ci trattava come animali. Gli abbiamo dato i soldi. Ci ha portati vicino alla Libia. Lì un altro trafficante ci ha accompagnati al confine, quattro ore e mezza a piedi nel deserto. Il deserto mi ha fatto paura. Non l’avevo mai visto. Stavo attaccato ai vestiti del trafficante. Se cadevo restavo lì, nessuno ti aiuta. Alla frontiera c’era una rete, siamo passati sotto. Poi un camioncino che trasportava angurie. 24 ore sotto le angurie fino a Tunisi. Zero mangiare, l’acqua sporca la prendevamo da un bidone e la filtravamo con le magliette. Per quattro volte ho tentato di partire in barca ma i libici ci prendevano e ci sbattevano in carcere. Due volte ho pagato i capi del carcere per uscire, quattromila dinari, i miei hanno venduto cose per trovarli. Poi finalmente mi sono imbarcato. C’erano anche donne e bambini piccoli. Sei giorni in mare finché non ci ha recuperato la Guardia costiera italiana. Non sono capace di dirlo come mi sentivo felice. Certi ragazzi della Siria erano morti in barca perché stavano sotto e non respiravano, riposino in pace. Ce li siamo portati fino in Sicilia.
Mi hanno trasferito a Caltanissetta, tre mesi in isolamento per il Covid. Mia mamma pensava che fossi morto, non sono riuscito a chiamarla subito. Poi ad Agrigento in una casa di accoglienza, tutti bangla e africani, ci capivamo solo a biliardino. Sono scappato, ho cominciato a gironzolare per la Sicilia, ma avevo sempre in mente Milano. A Palermo sono andato alla stazione dei pullman, ho supplicato la signora dei biglietti, lei è stata stra-brava, mi ha visto così piccolo e mi ha fatto partire. Roma Termini mi è sembrato il paradiso. Ho preso un treno per Milano, ma il controllore mi ha fatto scendere a Bologna. Morivo di fame. Ho rubato le elemosine a un barbone, tre euro tutti in centesimi. La cassiera del super mi ha aiutato, Dio la benedica.
Lì a Bologna è cominciato tutto. Dei ragazzi tunisini mi hanno fatto fumare la prima canna e mi hanno mandato a spacciare. Li ho fregati e ho comprato un biglietto per Milano. Appena arrivato ho chiesto dov’era il Duomo. A Milano mi sono rimesso a spacciare. Poi ho imparato a rubare. Smerciavo la roba agli africani in Stazione Centrale, 15 euro per un grammo d’oro. Lì avevo uno zio ma non mi ha tenuto. Vivevo per strada. Poi dentro e fuori dalle comunità, anche solo per farmi una doccia. A Como sono stato un paio d’anni. Il capo della comunità era un arabo. Erano duri, se dicevi parolacce ti multavano. Sono riscappato. A Udine ho rubato un bel pezzo di hashish e ci ho fatto 3.800 euro.
Tutti i soldi li mandavo alla famiglia, noi facciamo così. Non li teniamo per noi. Io restavo povero e dormivo in strada. Quella volta dei 3.800 euro mia madre non li ha voluti: da dove vengono? Che vita stai facendo? Invece mio padre li ha presi. Quello che dice tua madre è la cosa più importante. Tua madre è tutto.
Anch’io voglio avere una famiglia e dei figli. C’è una ragazza che mi aspetta in Egitto, ci conosciamo da bambini, anche le famiglie si conoscono. Una ragazza pura. Non sposiamo ragazze che non sono pure, gli usi sono diversi. Quando mi sarò sistemato lei verrà qui.
Poi un giorno le telecamere mi hanno filmato e sono finito al Beccaria. Rapina aggravata. Mi hanno lasciato chiamare mia madre per dirglielo. E lei: sapevo che ti arrestavano oggi. Se lo sentiva. Una madre sa tutto. Otto mesi lì, è stata dura, poi mi hanno messo qui in comunità. Ora sono in messa alla prova. Vado a scuola, ho imparato a fare il gommista. Farò il gommista, troverò una bella casa e farò venire la ragazza. Una vita, che Dio perdoni i miei peccati.
So che la gente ha paura di quelli come me, ma io non sono cattivo. Nessuno nasce cattivo. Forse se mi aiutavano da subito le cose non andavano così. Devono prenderci e portarci a scuola appena arriviamo. Insegnarci l’italiano, un lavoro, qualcosa. Le scuole dovrebbero essere qualcosa di bello. Fare scuole in Egitto prima di partire non serve a niente. Ci entrerebbero solo i figli dei ricchi. Chi è un povero di m… come me resta un povero di m… Puoi solo fare quello che fa tuo padre. Mio padre ha provato a farsi un’altra vita, ma non ci è riuscito. Un povero di m… può solo pagare i trafficanti e rischiare di morire in mare. Ma se non ci provi sei già morto».
mt
Formazione tecnica in Africa per dare opportunità ai ragazzi
Un terzo degli abitanti dell’Africa ha meno di 17 anni (UN Desa, 2025). E secondo il rapporto Generation 2030 Africa 2.0 dell’Unicef nel 2030 gli under 18 saranno 750 milioni. È il continente più giovane del mondo, che manifesta già forti bisogni formativi i quali – se non soddisfatti – possono contribuire, oltre che a povertà e instabilità, anche allo sviluppo di processi migratori.
Un terzo dei minori stranieri non accompagnati presenti in Italia viene dall’Egitto. Non tutti hanno vissuto la storia del ragazzo che, per necessità di anonimato, abbiamo chiamato Ahmed, ma in tanti sono entrati nel nostro Paese per sfuggire alla miseria, farsi un futuro e dare un aiuto ai propri familiari rimasti in patria.
In questo quadro, e per dare una risposta alle necessità del continente africano in generale, si inserisce uno dei pilastri strategici di quello che il governo italiano ha definito Piano Mattei, un’iniziativa che a fine 2026 punta a coinvolgere 18 stati africani. L’asse è quello delle iniziative nell’ambito dell’istruzione e della formazione, pensato per rispondere alle aspirazioni della gioventù africana. In Costa d’Avorio, ad esempio, sono stati attribuiti 15 milioni di euro alle organizzazioni della società civile italiane in loco per realizzare progetti di rafforzamento dell’educazione primaria.
In Egitto, invece, è attivo un memorandum d’intesa per rafforzare la formazione tecnica e professionale oltre che l’insegnamento della lingua italiana. Iniziativa alla quale viene affiancato un accordo, sottoscritto dal Ministero degli Esteri, per l’istituzione di un centro italo-egiziano per l’impiego.
L’obiettivo è quello di facilitare l’inserimento di giovani formati nelle scuole tecnico professionali italiane presenti in Egitto, come ad esempio l’Istituto tecnico industriale salesiano Don Bosco, sia nel mercato del lavoro locale che in quello italiano.