Storia

Io bullizzata. Come uscire dal silenzio

Illustrazione di ANNE SCHWANKE, 2018

Cinzia Santarsiero
Docente mediatrice

Una piccola scuola di provincia, una richiesta di mediazione inserita nella cassettina delle segnalazioni, un incontro capace di intercettare e trasformare una situazione potenzialmente destinata ad alimentare dinamiche di bullismo basate sul pregiudizio e l’isolamento sociale.

Teresa chiede di incontrare la compagna di classe, Susanna, nello spazio di mediazione. L’invito viene accolto e le due ragazze si ritrovano di fronte a un’équi­pe mista di mediatori, composta da studenti e insegnanti, in cui la presenza adulta resta volutamente discreta, sullo sfondo.

Ad accoglierle è Anna, studentessa mediatrice di qualche anno più grande. Con parole semplici e un atteggiamento rassicurante, Anna introduce le regole dell’incontro: uno spazio protetto e riservato, un tempo disteso, la possibilità di parlare senza timore di giudizio. È in questo clima che Teresa si fa coraggio e quel silenzio, che la accompagna da tempo, prende la parola.

Il suo racconto restituisce mesi di solitudine, durante i quali si è sentita progressivamente esclusa dal gruppo classe: conversazioni a cui non partecipa, uscite a cui non è invitata, momenti di leggerezza condivisa da cui si sente sistematicamente esclusa, risatine che sente attribuite alla sua persona. La sofferenza emerge con forza, attraversata da un senso di inadeguatezza radicato: non essere “abbastanza” per gli altri. Teresa si descrive come timida, diversa, chiusa. In questa rappresentazione di sé, il ritiro diventa insieme conseguenza e conferma dell’esclusione percepita.

L’accusa nei confronti di Susanna è diretta e carica di dolore: averla lasciata sola, essersi forse vergognata di lei. In queste parole si condensa il vissuto di abbandono, amplificato dall’isolamento del gruppo.

Susanna, inizialmente, prova a spiegare le proprie ragioni. Tuttavia, di fronte alla sofferenza esplicitata da Teresa, il suo sguardo cambia. Diventa progressivamente consapevole del peso delle parole non dette, dei silenzi, degli atteggiamenti ambigui o fraintesi. Riconosce come la distanza tra loro non sia stata il risultato di una scelta esplicita, ma il frutto di una serie di dinamiche relazionali che hanno contribuito a chiudere Teresa in una spirale di insicurezza, alimentando ansie e paure nel rapporto con gli altri.

Il ruolo della mediatrice si rivela a questo punto centrale. Anna restituisce alle due ragazze le emozioni emerse, dando loro forma e voce. Non interpreta, non giudica, ma accompagna. Attraverso interventi essenziali, facilita un dialogo che consente di attraversare il conflitto senza evitarlo, rendendolo uno spazio di comprensione reciproca.
Il passaggio è delicato e significativo: dalla contrapposizione alla possibilità di riconoscersi. Le parole tornano a circolare, e con esse la possibilità di ridefinire la relazione. Teresa non è più soltanto “quella esclusa”; Susanna non è più “colei che ha abbandonato”. Emergono due persone, entrambe portatrici di vissuti, fraintendimenti, bisogni.

L’incontro si conclude con un’intesa. Susanna si impegna a rappresentare per Teresa un punto di riferimento nel percorso di riavvicinamento al gruppo classe. Un impegno che non ha il carattere di una soluzione definitiva, ma piuttosto quello di un primo passo concreto verso la ricostruzione di un legame e, più in generale, verso la riapertura alla dimensione sociale. Teresa si impegna a rompere il silenzio, a provare a fidarsi di Susanna, a vincere le sue paure.

 

Illustrazione di Marco Lucchetta – Valerio Trivelli, 2026 / ISS Rosellini

Un’esperienza significativa che mette in luce come interventi tempestivi di mediazione tra pari possano interrompere traiettorie di isolamento che, non riconosciute e accompagnate, avrebbero potuto irrigidirsi in dinamiche più strutturate di esclusione, alimentando forme di marginalizzazione basate su pregiudizi legati alla personalità, alla timidezza, alla percezione di “diversità”. Il che costituisce terreno fertile per lo sviluppo di forme di bullismo relazionale: non necessariamente esplicite, ma sottili, progressive, difficili da intercettare anche in un contesto scolastico. Allo stesso tempo, emerge la potenza di uno spazio in cui la parola, quando è accolta e sostenuta, può trasformarsi in strumento di riconoscimento e cambiamento.

Senza questo spazio, la storia di Teresa avrebbe con ogni probabilità trovato un diverso epilogo: il silenzio avrebbe continuato ad amplificare il senso di non appartenenza, il gruppo avrebbe potuto cristallizzare dinamiche di esclusione, e la sofferenza individuale rischiare di diventare invisibile e irreversibile. La mediazione scolastica tra pari ha reso visibile ciò che stava accadendo, restituendo alle protagoniste la possibilità di intervenire attivamente sulla propria relazione.

In filigrana, emerge un dato cruciale: la prevenzione del bullismo passa anche attraverso la capacità delle comunità scolastiche di creare contesti in cui i conflitti possano essere espressi, ascoltati e trasformati. In cui le esperienze di sofferenza non restino confinate, ma trovino voce prima di diventare etichetta, stigma, esclusione.

«Quando un conflitto viene affrontato da un docente – racconta l’insegnante mediatrice che faceva parte dell’équipe mista di mediazione – spesso gli studenti tendono a percepire l’intervento come un giudizio o una decisione “calata dall’alto”. Anche quando è equo e ben intenzionato, può non essere vissuto come pienamente condiviso. Nella mediazione tra pari, invece, i ragazzi si sentono su un piano di maggiore equilibrio: parlano con qualcuno che vive lo stesso contesto, che usa un linguaggio vicino al loro e che comprende più direttamente le dinamiche relazionali tra coetanei».

Questo crea un clima di fiducia più immediato. Gli studenti sono generalmente più disposti ad aprirsi, a raccontare il proprio punto di vista e ad ascoltare quello dell’altro senza sentirsi sotto esame. «In questo modo, le soluzioni emergono dai protagonisti stessi del conflitto, che diventano attori attivi del cambiamento, e risultano quindi più autentiche e durature. La mediazione tra pari ha un forte valore educativo e preventivo: diffonde una cultura del dialogo e del rispetto reciproco che si estende ben oltre il singolo episodio. Non sostituisce il ruolo degli adulti, ma lo integra, rendendo la comunità scolastica più partecipata, consapevole e coesa».

L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza promuove un progetto di mediazione scolastica in collaborazione con Dike cooperativa per la mediazione dei conflitti,  Fondazione Don Calabria per il sociale e Cooperativa Crisi.