Conversazione
Facevo il bullo per non essere bullizzato
Da ragazzino faceva il bullo, poi crescendo è cambiato e non ha più sentito l’esigenza di omologarsi ai coetanei con quel tipo di comportamento, prevalentemente fisico. «Sono cresciuto in provincia, in Toscana. In quel contesto dovevi scegliere se essere bullo o bullizzato: non c’erano altre possibilità. Io mi sono comportato da bullo per una forma di sopravvivenza, per non essere vittima degli altri e per farmi accettare».
Adriano Giotti oggi è un regista e uno sceneggiatore vincitore di vari premi, oltre che scrittore. È in libreria il suo romanzo d’esordio “Anna non dimentica” (Longanesi), che parla anche di bullismo e di cyberbullismo raccontando la storia di un adolescente che subisce vessazioni tra i banchi di scuola.
Giotti racconta di aver compiuto atti di bullismo nel periodo delle elementari e delle medie. «Si trattava soprattutto di azioni di scherno, di presa in giro. Cose come rovesciare lo zaino di scuola o buttare un libro fuori dalla finestra. Mi rendo conto però che erano comunque gesti pesanti perché il bersaglio ne soffriva, comportamenti che nascevano da un concetto di mascolinità tossica che ci avevano insegnato da piccoli. Gesti di cui oggi mi pento».
Dal suo osservatorio di regista e autore, Giotti parla anche di come il fenomeno del bullismo sia cambiato nel tempo. «Una volta erano atti per lo più circoscritti alla scuola o ad altri ambienti di ritrovo, oggi invece c’è tutta la dimensione online e le azioni di cyberbullismo sono più pervasive e più stressanti a livello psicologico, perché per un ragazzo l’identità virtuale coincide con quella reale: l’esposizione è 24 ore su 24».
La maturazione e il cambiamento sono arrivati negli anni delle superiori, quando sedicenne ha iniziato ad appassionarsi alla lettura, al cinema e alla scrittura. La crescita culturale che gli ha permesso di vedere le cose da un punto di vista differente, di rendersi conto delle conseguenze che le sue azioni producevano e di prenderne le distanze.
«Quando facevo il bullo pensavo all’altro come un mezzo per arrivare a un certo obiettivo, poi ho iniziato a vedere l’altra persona come un essere umano uguale a me, per il quale provare compassione. E mi sono sentito in colpa. È venuta meno l’esigenza di farmi accettare dagli altri attraverso un certo tipo di comportamento».
È proprio sull’empatia, secondo Giotti, che occorre lavorare per produrre un cambiamento nei ragazzi. «Vedere il punto di vista dell’altro è fondamentale, una volta che empatizzi con l’altra persona non puoi più fare certe cose. Quando il bullo ci arriva non può più continuare. Ma questo è un cambiamento difficilissimo».
Un cambiamento, di cui parla l’ex “bullo”, nel quale giocano un ruolo centrale gli adulti di riferimento, dai genitori agli insegnanti, che hanno un compito fondamentale: dialogare con i ragazzi. «Capirli non vuol dire soltanto ascoltare quello che ti raccontano, significa interpretarne anche i silenzi, i non detti, il sottotesto. Soprattutto significa avere uno sguardo sempre attivo». Ma non basta: «Non bisogna assolutamente minimizzare certi comportamenti, etichettandoli come “cose di bambini”: anche nelle forme meno gravi si tratta comunque di gesti di prevaricazione che vanno fermati sin da subito per evitare che crescano come valanghe».
Secondo Giotti di bullismo si parla ancora poco, o meglio si parla molto – giustamente – di chi lo subisce ma non abbastanza di chi lo compie. È invece proprio ai bulli che bisogna arrivare, trovando strumenti che possano suscitarne l’interesse per stimolare una riflessione.
«Il bullo si sente superiore all’altro e non viene toccato dalle storie delle vittime, anzi di solito ne ride. Il nostro compito è quello di riuscire a fargli capire che la fragilità dell’altro è anche la sua». E in questo un libro può essere d’aiuto: «Ho scritto Anna non dimentica come un thriller per far arrivare il messaggio che volevo mandare senza risultare pesante. Capisco che un adolescente non abbia interesse a leggere un articolo di giornale, invece, può appassionarsi alla storia di qualcuno in cui si identifica».
In sintesi, la vicenda raccontata dal romanzo: una leggenda sul web parla di Anna, bambina rapita anni prima che chiede aiuto online, ma nessuno le crede: per tutti è solo una storia horror. Quando però in un bosco abruzzese, tra impianti di risalita in disuso, scompare il quattordicenne Pietro, l’ispettrice Sgheis collega il caso a quella inquietante voce di internet. Seguendo una pista che sembra assurda, scoprirà che dietro la leggenda potrebbe nascondersi una verità terribile: Anna esiste davvero.
«Nel libro parlo di bullismo raccontandolo da due punti di vista. Da un lato c’è la fragilità di un ragazzino di 14 anni bullizzato che, per essere stato emarginato e vessato, arriva a isolarsi dagli altri e fidarsi di una voce conosciuta online fino a spingersi a incontrarla davvero. Dall’altro c’è anche un personaggio che bullizza per attirare l’attenzione e farsi accettare. È il figlio dell’ispettrice che in casa si sente trascurato genitori alle prese con le loro vite e i loro problemi. Le “colpe” dei padri, nel romanzo, ricadono sui figli. L’ho scritto per i ragazzi e per gli adulti: è una riflessione sul confine che passa tra l’essere vittima e l’essere carnefice e sul fatto che ognuno di noi è continuamente chiamato a scegliere quale delle due cose vuole essere».
v.f.
Cosa dicono di sé i bulli: “Agivamo così perché provavamo disagio”
«Perché facevo il bullo?» Anni dopo alcuni degli autori di atti di bullismo se lo sono domandato. E poche volte le motivazioni coincidono con una semplice “cattiveria”: dietro si nasconde spesso un malessere che cerca una via d’uscita distruttiva, molte volte a spese dei più fragili e indifesi. A raccontarlo, ad esempio, è stato Vasco Zanelli (Mini Racconti Cinici), un ex bullo.
«Sentivo una rabbia bruciante, una cattiveria immotivata. Non ero particolarmente brutto, non ero stupido, leggevo e mi informavo. Semplicemente, ero incazzato con tutti». Il suo era un odio rivolto prima di tutto verso se stesso: «Vi odiavo tutti. Volevo essere temuto e odiato». Eppure la famiglia era presente, i voti scolastici discreti, non mancavano le buone letture. Il bullismo non era stato inventato da lui: era una tradizione ereditata e poi tramandata ai più giovani, un rituale di umiliazione e potere che si perpetuava ogni anno, di generazione scolastica in generazione scolastica.
Dinamica simile a quella che emerge dalla confessione anonima di un altro ex bullo raccolta da Delia Vaccarello (l’Unità 31 dicembre 2010): «Picchiavo, umiliavo, insultavo poi col tempo ho capito che lo facevo perché io stesso ero umiliato, avevo un padre alcolizzato e una madre inesistente, sfogavo la mia rabbia su chi si mostrava più felice di me». Due storie, una radice comune: il bullo è spesso anche vittima. «Vedo due vittime: il povero ragazzo che subisce e il povero ragazzo che opprime». Capire questo non assolve nessuno, ma è il primo, necessario passo per spezzare la catena.