Storia

Avrei voluto un amore e ridere insieme

CUFRINI – Particolare di G POINT, 2007. Smalto su tela

Gioia oggi ha 17 anni. Ne aveva appena 14 quando è iniziata la sua storia con M. Una brutta storia: Gioia (nome di fantasia) sta ancora lavorando sul trauma. Quello che è capitato a Gioia sta accadendo a molte ragazze: la perdita di connessione con il proprio corpo e i propri desideri autentici per compiacere un immaginario sessuale maschile formato sulla pornografia online, a cui oggi si accede fin dalla più tenera età. Un inaspettato backlash: sulla scoperta delle modalità del proprio piacere – veri spartiacque testi come Noi e il nostro corpo del Boston Women’s Health Collective e gli scritti di Carla Lonzi – si è costruita molta consapevolezza di sé, fondamento di libertà. Autocoscienza, la parola era questa. Billie Eilish, musicista americana Generazione Z, ha raccontato così la sua esperienza: «Credo che il porno sia una sciagura» ha detto. «Le prime volte che ho fatto sesso non dicevo di no a cose che non mi avrebbero fatto bene. Lo facevo perché pensavo di doverne essere attratta». La pornografia, specie in età precoce, distorce l’idea di quel che sia normale e consensuale durante il sesso. La storia di Gioia somiglia molto a quella di Billie e di tante altre ragazze come loro.
 
Tu avevi 14 anni, e lui?
«Lui era più grande, ne aveva 17. Era più esperto».
 
Più esperto in che cosa?
«In quel genere di cose. Io magari non mi sentivo di farle, ma lui mi faceva vedere che erano normali e che dovevo volerle fare. Mi faceva vedere dei video dove c’erano ragazze che le facevano e così le facevo anch’io».
 
Quali video?
«Roba che gira in rete».
 
Pornografici?
«Sì, pornografici». 
 
Roba che tu avevi già visto?
«Tutti vediamo questa roba da quando siamo piccoli. Ma lui ne aveva vista tanta, io solo qualcosa ogni tanto».
 
E tu queste cose le volevi fare?
«No, però mi sentivo strana io a non volerle. Mi sembrava di essere, non so… del passato. Lui mi prendeva in giro. E allora le facevo. Anche se non volevo». 
 
E come ti sentivi? 
«Quando capivo che lui voleva, avevo un momento di paura. Non so, una specie di angoscia. Pensavo: devo solo resistere qualche minuto e poi finisce.  
Una tortura, non piacere…».
 
Riesci a dirmi di quali cose stiamo parlando? 
«Cose pesanti. Cose che non fanno pensare alla dolcezza, all’amore. Cose che mi facevano provare dolore. Non riesco a dirle».
 
Lui ti faceva provare dolore e tu lo amavi? 
«Io pensavo che anche lui mi amasse».
 
Che cosa te lo faceva pensare? 
«Be’, per esempio era molto geloso. Se qualcun altro mi guardava scoppiava l’inferno».
 
Che cosa faceva? 
«Una volta ha preso a pugni un tipo. Qualche sberla l’ho presa anch’io. Se volevo uscire con le mie amiche non era contento. Mi bombardava di telefonate, whatsapp. Una volta mi ha aspettato sotto casa e mi ha fatto una scena per come ero vestita». 
 
Come eri vestita? 
«Ma niente… Una gonna un po’ corta… Mi controllava anche il cellulare». 
 
E tu eri contenta?
«In quel momento mi sembrava amore».
 
Era amore?
«Adesso, guardando indietro, non lo so. Sono confusa». 
 
Adesso che cosa è successo? 
«Non stiamo più insieme. Perché a un certo punto ho cominciato a stare male».
 
Male come?
«Una volta sono svenuta a scuola. Poi un altro paio di volte. Una volta in un negozio. Un’altra in metropolitana mentre andavo da lui. Così i miei mi hanno fatto fare un sacco di controlli. Ma niente, tutto bene. Poi la dottoressa mi ha detto che erano attacchi di panico».
 
Che cosa hai fatto?
«La dottoressa all’inizio mi ha fatto prendere un farmaco, poi sono andata da una psicologa».
 
Stai meglio, adesso? 
«Sì, meglio. Ho capito un po’ di cose».
 
Quali cose?
«Stavo male perché facevo cose che non volevo fare».
 
Quelle che ti faceva fare lui?
«Sì, esatto». 
 
Benedetto il panico, allora.
«Sì ma non capisco ancora bene perché le facevo. Perché mi sottomettevo. Anche mia madre dice: meno male che ti è venuto il panico».
 
E che cos’altro ti dice? 
«Una volta si è messa anche a piangere: “Io non capisco. Non sono riuscita a insegnarti a essere libera”».
 
Ha ragione?
«Ma quando eravate giovani voi era tutto diverso». 
 
Che cosa era diverso? 
«Non lo so. Diverso. Non giravano quei video. Non c’era nemmeno la rete».
 
Era meglio?
«Non lo so. Forse sì. Credo di sì».
 
Lui lo vedi ancora? 
«Per un po’ mi è stato addosso, non mollava. Poi è intervenuto mio padre e l’ha finita lì. Lo vedo in giro ma non gli parlo».
 
Che cosa provi per lui?
«Un po’ di odio, un po’ di pena, un po’ di rabbia. Ma anche niente. Lo vedo come un estraneo. Non riconosco la sua faccia».
 
Hai un ragazzo adesso?
«No. Non voglio un ragazzo. Non so se vorrò ancora storie. Troppo malessere in giro». 
 
Credi di avere sbagliato qualcosa anche tu? 
«Non so. Certe volte è come se vedessi un film con me che faccio certe cose e non capisco perché. Come se fossi un automa. Come se contava solo quello che voleva lui e non quello che volevo io».
 
E che cosa volevi tu? 
«Carezze. Baci. Ridere insieme». 
 
Marina Terragni