Intervento

TikTok, Instagram & co. Il corpo digitale nell'adolescenza

Illustrazione di MADALENE MAY FOLCO, 2026 / ISS Rossellini

Sara Iannattone
PhD, psicologa e collaboratrice di ricerca
Università di Padova

I cambiamenti socioculturali degli ultimi decenni, trainati dalla diffusione di Internet e dei social media, hanno conferito al corpo e alla sua immagine un’importanza senza precedenti, soprattutto in preadolescenza e adolescenza. Se per i/le giovani degli anni ‘90 la rivoluzione era la messaggistica istantanea, in cui l’interazione con gli altri era svincolata dall’aspetto fisico, e i/le Millennials hanno sperimentato con Facebook una prima forma di identità digitale ibrida, per le Generazioni Z e Alfa il passaggio è stato più radicale. In particolare, l’avvento di social media come Instagram e TikTok – piattaforme in cui l’immagine e la visibilità assumono un ruolo centrale – ha contribuito a ridefinire profondamente l’esperienza della crescita e la formazione dell’identità. Oggi ragazzi e ragazze attraversano la pubertà con un dispositivo sempre attivo che li proietta in uno spazio pubblico permanente, in cui il corpo è costantemente osservato e valutato. Questa esposizione è diventata così ordinaria da non destare più particolare sorpresa; tuttavia, è proprio questa normalizzazione a rendere meno visibili le trasformazioni profonde che tali strumenti producono nella percezione di sé e del proprio corpo.

Corpo ideale (digitale) vs. corpo reale. Nel contesto dei social media, la rappresentazione del proprio corpo si costruisce sempre più attraverso una gestione minuziosa della propria immagine online, orientata all’approvazione dei follower tramite like e commenti. Il corpo smette progressivamente di essere un’esperienza privata e diventa un oggetto pubblico, sottoposto a una valutazione continua e quantificabile. Si afferma così un sistema implicito di norme estetiche che premia l’aderenza a canoni spesso irrealistici e penalizza la deviazione: chi non si conforma rischia l’invisibilità o l’esposizione a dinamiche di derisione.

Un elemento cruciale, spesso sottovalutato, è che preadolescenti e adolescenti non percepiscono più questi modelli di bellezza come “eccezioni” ma come standard di normalità, poiché appaiono incarnati anche dai pari. Il confronto, quindi, non è più solo con il corpo reale dei/delle coetanei/e, ma con le loro immagini online; immagini che sono selezionate e ottimizzate per aderire a specifici canoni estetici. Ciò contribuisce a creare un divario sempre più ampio tra il “corpo ideale” – costruito ed esposto nello spazio digitale sulla base di come si vorrebbe apparire – e il “corpo reale”, inevitabilmente imperfetto e in trasformazione. Ed è proprio in questo divario che si radicano vissuti di insoddisfazione nei confronti del proprio corpo, con ricadute che possono estendersi ben oltre lo spazio online, fino a includere esiti psicopatologici nella vita offline.

I dati disponibili confermano la portata del fenomeno: per esempio, l’indagine “Health Behaviour in School-aged Children” (HBSC) 2022 ha evidenziato che il 40% delle ragazze quindicenni italiane si percepisce come “troppo grassa”, a fronte di una percentuale reale di sovrappeso pari a circa l’11%. Questo gap segnala un processo più ampio in cui il corpo reale viene costantemente confrontato con standard digitali difficilmente raggiungibili, con il rischio che un corpo naturalmente “in divenire” venga vissuto come inadeguato perché incapace di replicare tali modelli. I filtri di bellezza contribuiscono ad amplificare ulteriormente questa dinamica, operando modifiche sottili ma sistematiche dei tratti somatici e rendendo più difficile distinguere tra immagine reale e immagine costruita.

MADALENE MAY FOLCO, 2026 / ISS Rossellini
Elaborazione su foto: Medusa – Irene Cherubini | Perseo – Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons / CC-BY 2.5

Quando questo processo diventa abituale, può emergere una forma di estraneità rispetto al proprio corpo, con ricadute sull’autostima e sul rapporto con esso. A ciò si aggiungono le pratiche promosse dalle tendenze virali – dalla #thinspiration alla #fitspiration, fino alle routine di skincare e alle diete rigidamente controllate – che possono trasformare la cura di sé in una forma di monitoraggio costante, esasperando il conflitto tra l’immagine di sé online e quella offline.

L’importanza della prevenzione. In questo scenario, ciò che tende a essere spesso ignorato è il carico cognitivo ed emotivo richiesto a preadolescenti e adolescenti per gestire la propria immagine online. Limitare il dibattito al tempo di utilizzo dei dispositivi rischia di essere riduttivo e fuorviante: non è solo una questione di “quanto” tempo si trascorre sui social media, ma di “come” questi spazi vengono abitati e di quali significati assumono per chi li utilizza. Diventa quindi cruciale investire sulla prevenzione attraverso interventi di educazione digitale e supporto psicologico in ambito scolastico, offrendo spazi di ascolto e confronto in cui le esperienze vissute online possano essere comprese ed elaborate.

In particolare, è necessario favorire competenze critiche rispetto alle immagini diffuse sui social media, aiutando ragazzi e ragazze a riconoscere i meccanismi di costruzione e selezione dei contenuti e a ridimensionarne l’impatto sul giudizio di sé e del proprio corpo. Parallelamente, è fondamentale promuovere lo sviluppo di un’immagine corporea positiva, spostando l’attenzione dall’aspetto fisico alla funzionalità e all’esperienza vissuta del corpo. Il sostegno alla genitorialità è altrettanto rilevante per intercettare precocemente segnali di disagio prima che sfocino in psicopatologia conclamata.

In definitiva, la questione non riguarda semplicemente l’uso dei social media in età adolescenziale, ma il modo in cui questi ridefiniscono i processi di costruzione dell’identità – di cui l’immagine corporea rappresenta una dimensione centrale. Preadolescenti e adolescenti non vanno considerati esclusivamente come utenti da regolamentare, ma come individui in crescita, portatori di diritti che devono essere tutelati anche negli ambienti digitali. Tuttavia, senza un investimento consapevole in termini educativi, clinici e politici, il rischio è che lo spazio digitale continui a funzionare come uno specchio deformante, con un costo individuale e sociale che emergerà pienamente solo quando intervenire sarà più difficile e oneroso.