Testimonianza

Liberi dalle Big Tech

TRE ICS, Periferie interiori. Quella estate, 2026. Acrilico spray e stencil.

Il digitale? «Usarlo, ma non esserne usati». Claudio Corsano ha 24 anni, è di Genova. Ha vissuto da minorenne una vicenda comune a tanti ragazzini entrati in contatto con il digitale fin da piccoli. Questo finché non ha avuto una sorta di risveglio, non la pillola rossa di “Matrix” ma una progressiva e ricercata presa di coscienza, che gli ha fatto vedere il mondo da una prospettiva diversa. Quella di una vita libera dal facile richiamo progettato dalle Big Tech. Libera dall’ansia da connessione e dalle icone colorate, lì a portata di mano, che ti promettono tutto e subito.

Un’esistenza nella quale contano meditare, andare nella natura, scrivere, fare foto, ascoltare persone, interessarsi, leggere. Tutte cose che poi Claudio ha realizzato anche sfruttando internet. Ma con equilibrio.

Sentire la sua storia e i suoi consigli – oggi che è videomaker, vive in Olanda e guarda al digitale con distacco – può essere prezioso. È guardare il reale per come è, vivere una vita nel segno della consapevolezza. Non una passeggiata in campagna che diventa noiosa perché “non accade nulla” e si sente il bisogno di scorrere storie su Instagram per passare il tempo. Si tratta piuttosto di riuscire a contenere l’attrazione che il cellulare esercita, togliendo le app che non servono (e pure la sim).

«Come a tanti altri mi è stato regalato l’iPad per la prima comunione» racconta Claudio. «Lo desideravo tantissimo ed ero felicissimo quando mi è arrivato, perché prima avevo sì dei videogiochi, ma l’iPad era una figata: ci potevi scaricare le app, lo portavi ovunque, era touch e ci potevi andare su internet. Mi sembrava una cosa incredibile che veniva dal futuro. Ero bambino e tutto era super amplificato».

I tempi di questa storia possono apparire distanti, ma l’esperienza di Claudio segnala un archetipo che si è moltiplicato in altre forme – talora con device diversi – tra le generazioni successive. «In quella fase vivevo una vita molto regolare: quindi scuola, compiti e nel tempo libero iPad. Poi quando ero alle medie è arrivato il primo cellulare. Era un apparecchio piccolino e non ci potevo fare un granché. Ma anche lì ero super appassionato. Passavo tanto tempo a cercare nuovi giochini, a personalizzarlo. Volevo anche uscire con il telefono – vedevo infatti che i miei amici lo facevano – ma i miei me lo proibivano. E per la prima volta il telefono si integrava nella vita sociale perché magari lo usavi per scriverti con i compagni di classe. Però non avevo ancora i social media».

Quindi è stata la volta di un telefono “migliore”. «Mi piaceva tanto usarlo. Alle Superiori è diventato ancora più parte della mia vita. Nel senso che passando dall’iPad al telefono, con il telefono avevi il “vantaggio” che lo tenevi sempre in tasca, lo usavi per chiamare, per messaggiare. E avevi sempre i giochini con te. Allora c’era Pokèmon Go: ho passato un’estate a giocarci e anche quando dovevo uscire con i miei genitori, e non ne avevo voglia, con Pokèmon Go mi mettevo a cercare Pokèmon nel luogo dove mi portavano».

Claudio intanto, vista la passione, aveva deciso che avrebbe studiato informatica. Poi è arrivato il Covid. Faceva ancora la quarta superiore quando l’Italia finì in lockdown. «Ho usato tutto quel tempo libero, oltre che per collegarmi con le lezioni, per vedere quello che mi piaceva, per imparare a programmare e – visto che non avevo una camera solo per me o per semplice noia – per trovare un rifugio, un’evasione. Stare online era semplicemente più facile che condividere uno spazio».

«Mi ha “disturbato” molto la didattica a distanza. Era un disturbo fisico: quando seguivo le lezioni online il mio corpo iniziava a sudare. Togliere il contatto umano con i compagni di classe e metterti dietro a uno schermo sembrava più “sicuro”. In realtà mi metteva molta più ansia che essere fisicamente in classe».

Quand’è che Claudio ha rotto la capsula digitale nella quale si era trovato avvolto? «Non so bene quando c’è stato uno switch, però dopo la pandemia – forse anche grazie a quella situazione – ho iniziato a essere più attento a me e alla mia vita. E ho notato quanto fosse disturbante la presenza del cellulare nella mia quotidianità. Disturbante nel senso di ansia. Un compulsione a causa della quale ti svegli e hai questa cosa che vuoi fare. Ti può arrivare un messaggio, ne puoi mandare un altro. Le altre persone si aspettano una risposta rapida da te. L’online è pieno di cose che puoi vedere super belle, ma se poi chiudi lo schermo sei di nuovo quello di prima».

CUFRINI – OLD CHILDREN 4, 2024. Tecnica mista su juta

Claudio ha dunque iniziato pian piano a dare attenzione a se stesso. «Ho pensato che la mia vita potesse cambiare, prendendomi cura di come mangio, dell’attività fisica che faccio se uso tanto il cellulare. Un momento chiave è stata la lettura del libro “Atomic Habits” di James Clear, che ti spiega proprio come funzionano le abitudini e come controllarle. Nella mia vita poi è stato “chiave” non tanto il resistere all’utilizzo del telefono, ma il rendermi impossibile l’uso di ciò che non desidero fare. Perché funziona così: “Ok – ti dici – non voglio usare Instagram”. Poi apri il telefono e Instagram è lì, pronto. Lo clicchi, perché non sei una divinità».

«Un libro che ho trovato straordinario, il “Manuale di disobbedienza digitale” di Nicola Zamperini, spiega come tutto questo sia possibile: perché internet è gratuito, perché sembra tutto fantastico. E scopri che Google, per dirne una, è gratis perché tu gli stai cedendo la tua identità. Non ti sta facendo un regalo, sei tu che vieni usato. E cambi prospettiva».

Claudio mostra il suo smartphone come è oggi: ha lasciato lo sfondo nero al posto delle icone colorate, grazie a un software che ha installato ci sono solo i nomi delle app a caratteri bianchi. Ed è un telefono disconnesso da internet. Come vai online? Claudio tira fuori un secondo telefono: «È “antico” ma può fare da hotspot: quando mi serve internet lo attivo e mi collego con lo smartphone o l’iPad. Così se mi viene in mente una cosa stupida online, non avrò voglia di fare tutti questi passaggi per fare una cosa stupida. Se invece ho da fare qualcosa di importante, allora accendo l’hotspot, la faccio e poi lo rispengo».

Il meccanismo delle Big Tech che intrappola ragazzini e adulti è quello di farti fare “volontariamente” quello di cui hanno bisogno loro: connetterti e profilarti. Salvo che tu non metta in campo strategie di resistenza. «La tecnologia – dice Claudio – ti permette di fare tutto quello che vuoi: puoi avere costantemente idee, stimoli e farlo immediatamente. Ma se a una persona dicessero “Puoi andare su Instagram, però devi camminare un chilometro per andare lì e controllare per tre secondi”, nessuno lo farebbe. Tutti lo fanno perché è facile: nessuno ci costringe a usare Instagram. Nessuno ci costringe a usare così tanto il telefono, è una manipolazione delle piattaforme che sono costruite per attirare la nostra attenzione sfruttando i nostri meccanismi mentali. Nessuno ci costringe: siamo (anche) noi che ci autocostringiamo».

«Sul cellulare tu puoi trovare contenuto che ti fa passare tempo. Poi lo chiudi e non sai neanche bene cosa hai fatto e ti senti un po’ vuoto. Allo stesso modo puoi trovare spunti interessanti, come quei libri di cui dicevo. Sta tantissimo a un ragazzo o a una ragazza definire il modo come gestire questo rapporto con il digitale. Il mio consiglio? Porsi la domanda: “Quanto tempo voglio usare il cellulare durante la giornata?”. Poi chiedersi cosa ci si vuol fare e rendere impossibile il resto. Vuoi studiare design? Bene, usalo per le due ore che hai deciso per trovare libri, connetterti con persone, anche scriverti con gli amici. Tutto il resto toglilo. Non lasciare lì le app. E fai in modo che sia un plus alla tua vita e non che ti “ciucci la vita”. Sentirsi liberi dipende da quanti sacrifici si è disposti a fare. Non c’è il giusto e lo sbagliato. Serve essere consapevoli di ciò che è importante per te e per la tua esistenza».

ed.po.

Digitale: le sette regole dei pediatri

I media digitali fanno male alla salute dei bambini. Possono influire su obesità, rischio cardiometabolico, ritardi linguistici e altri disturbi cognitivi, sonno, salute visiva e mentale. A rilevarlo ultimamente uno studio della Società italiana di pediatria pubblicato a gennaio sull’Italian Journal of Pediatrics, Digital media exposure and pediatric health: the recommendations from the Italian Society of Pediatrics Digital Dependency Commission. Sette le raccomandazioni formulate dagli specialisti. 1) Ritardare l’introduzione dello smartphone almeno fino ai 13 anni; utilizzare modelli semplificati fino ai 18. 2) Evitare l’accesso non supervisionato a internet prima dei 13 anni; attivare i controlli parentali dopo. 3) Posticipare l’accesso ai social media idealmente fino ai 18 anni, e non accedere prima dei 14. 4) Vietare l’uso dei dispositivi durante i pasti, prima di dormire e all’interno delle camere da letto. 5) Favorire attività all’aperto, sport, lettura e gioco creativo come principali esperienze di sviluppo. 6) Promuovere programmi scolastici di educazione alla cittadinanza digitale, che includano protezione della privacy, cyber etica e valutazione critica delle fonti. 7) I pediatri dovrebbero valutare regolarmente le abitudini di utilizzo degli schermi durante le visite, identificare fattori di rischio e fornire indicazioni preventive alle famiglie.