Storia

Vinicio Marchioni: ragazzi di periferia, troppo soli

ArbaleteOpenStreetMap contributors – openstreetmap.org, CC BY-SA 2.0

Vinicio Marchioni, attore e regista, studente di Luca Ronconi e protagonista di numerosi film (Tutta colpa di Freud, C’è ancora domani, Diamanti e altri) e serie tv tra cui Romanzo Criminale. Cresciuto nella borgata romana di Fidene, a fine anno è prevista l’uscita del suo nuovo libro.

Il protagonista del suo primo romanzo Tre notti (Rizzoli, 2024) è un quindicenne che, come lei, cresce nella periferia romana. Quanto sono diverse oggi le periferie delle grandi città dalla borgata della sua infanzia? Quali difficoltà incontrano i ragazzi che crescono in questi contesti?
«Oggi le periferie delle grandi città non sono più i “grandi paesi” che erano le vecchie borgate fino agli anni ’80, dove vigeva uno stato sociale molto radicato, in cui in assenza di genitori c’erano i vicini di casa a guardarti, accudirti, sgridarti o farti da mangiare. Oggi quel tipo di “stato sociale” si è completamente disintegrato e non c’è più nessuno a fare le veci dei genitori. Le più grandi difficoltà riguardano inoltre i luoghi di aggregazione culturale: le periferie si sono ingigantite con la continua espansione edilizia e urbana, ma si fa fatica a trovare un cinema, una biblioteca o un luogo di ritrovo giovanile che non sia il campo di calcio della squadra di quartiere (che pure ha la sua importanza). La vita culturale quotidiana è completamente demandata alla scuola, con le sue lacune e difficoltà infinite e la socialità culturale è scomparsa dalle necessità quotidiane, lasciando le famiglie in solitudine a contrastare il mondo e le mode che arrivano dai social».

Ha raccontato di avere avuto la fortuna di fare incontri importanti. Cosa può aiutare un adolescente a non fare scelte sbagliate?
«Gli incontri sono fondamentali nella vita di ogni essere umano, e bisogna essere fortunati. Un professore o una professoressa in grado di trasmettere una passione con empatia può cambiare la vita di un adolescente. Un allenatore o un’allenatrice possono influenzare in modo importantissimo la crescita umana di un ragazzo, aprendone la mente e gli orizzonti. Per evitare scelte sbagliate il primo filtro fondamentale nasce in famiglia. I principi e i valori fondanti tra il bene e il male arrivano dai genitori per poi declinarsi o ampliarsi agli incontri con il mondo esterno. Se in famiglia i limiti e i valori sono chiari sarà più facile per un/una giovane verificarne all’esterno la validità. Credo che alla base di tutto ci sia la necessità di non far sentire i nostri figli soli nel mondo e nel non demandare ad altri ciò che dovrebbe essere responsabilità della famiglia o di chi fa le veci dei genitori».

Ha anche detto che “per crescere c’è bisogno di fiducia, di opportunità, di qualcuno che ha più esperienza di te e che ti aiuta a fare i passi giusti”. Quale responsabilità riconosce agli adulti che entrano in relazione con i ragazzi? Quanto è importante praticare un ascolto reale e profondo nella relazione adulto – adolescente?
«Gli adulti di oggi vivono/viviamo in eterno esercizio di ego/egoismo e mi sembra ci sia un forte problema con il valore e il concetto della responsabilità. Il ruolo dell’adulto è un ruolo a tutti gli effetti, con compiti e responsabilità che dovrebbero essere chiari, prima di tutto a se stessi, per poter essere riconoscibili dagli adolescenti.
Oltre a questo mi sembra che nel costante essere egoriferimento, gli adulti (generalizzando, ovviamente) pecchino di “non ascolto” verso gli adolescenti. Mi sembra che non vedano i segnali, non ascoltino le parole, le richieste dei più giovani. Mi sembra che si dia per scontato che gli adolescenti debbano essere responsabili a prescindere, eternamente vincenti, che non si permetta loro l’errore, la mancanza, la lacuna, il difetto, nel periodo più complesso e più misterioso della loro vita. Un adolescente è in costante cambiamento, fisico, ormonale, nervoso e psichico, spesso non riconosce gli stati d’animo che lo attraversano, sta formando il suo carattere e sta cercando di staccarsi dai genitori senza avere la minima idea di quello che sta succedendo e di cosa sarà di lui/lei nel futuro. Mi sembra che non si dia ai ragazzi la sacrosanta possibilità di sbagliare, di crescere attraverso l’errore. In buona sostanza non li ascoltiamo e ci aspettiamo da loro un’adultizzazione automatica, spesso chiedendo loro di capirci e/o non spiegandogli assolutamente nulla né delle nostre vite complicate, né tantomeno delle loro e del periodo che stanno vivendo. Dovremmo ricordarci tutte e tutti di essere stati adolescenti.
Riconosco nei più giovani una forza e un’autonomia infinitamente maggiore rispetto all’adolescente che sono stato io, anche perché loro vivono, sentono, vedono e sono bombardati dalle stesse immagini, notizie, orrori e rapidità di cambiamenti in cui siamo sommersi noi adulti, solo che loro non hanno le stesse capacità di analisi che dovremmo (condizionale d’obbligo) avere noi. Noi al massimo ascoltavamo il telegiornale delle 20 e non sapevamo nulla di quello che succedeva nel mondo, potendo vivere e crescere nella nostra realtà oggettiva, che era infinitamente più piccola di quella che vivono loro, eternamente connessi col mondo».

Domani interrogo: quando l'ascolto cambia chi lo pratica

Domani interrogo è il titolo di un film, uscito a febbraio, tratto dall’omonimo libro di Gaja Lombardi Cenciarelli, scrittrice e insegnante. È la storia, ispirata alla sua esperienza diretta, dell’incontro tra una professoressa e una classe della periferia romana di Rebibbia. Una storia nella quale l’ascolto è centrale e non solo a beneficio degli studenti alle prese con difficoltà e devianze. «Il ruolo dell’ascolto è assoluto, totale» dice Cenciarelli. «Se la professoressa del film non si fosse messa in ascolto, probabilmente non avrebbe conosciuto fino in fondo questi ragazzi che hanno costituito le fondamenta su cui lei ha costruito la sua vita da quel momento in poi. Perché l’hanno accompagnata anche una volta finita la scuola». Una professoressa che di fronte a una classe difficile di un quartiere periferico non è scappata. «Perché? Improvvisamente lei si rende conto che salvare loro, questi ragazzi, equivale anche a salvare se stessa. Capisce quasi immediatamente che in realtà sono loro che salveranno lei. O che sarà un processo reciproco». Cenciarelli tiene a sottolineare che, in ogni caso, un insegnante non può scappare perché è un rappresentante delle istituzioni. E gli studenti del film? C’è chi si diploma e torna alla vita di periferia, altri si laureano e trovano un buon lavoro. Per tutti la scuola è stata un’esperienza importante.