Editoriale

Quello che possiamo capire con l'ascolto

Marina Terragni

Si possono capire molte cose, ascoltando attentamente le ragazze e i ragazzi. I “trucchi” per non ammalarsi di digitale (un pusher che ti segue ovunque, una slot machine sempre in funzione, che dà dipendenza come il tabacco): su questo tema la posizione magistrale tocca a loro. E il bisogno di relazioni sincere e profonde, in mancanza delle quali ci si affida all’“amico” AI. Ma la cosa che sorprende di più, quando li ascolti, è il loro grandissimo bisogno di famiglia, dichiarato in ogni circostanza. La famiglia è saldamente al centro della loro economia affettiva. Parlano continuamente di famiglia i giovanissimi detenuti negli IPM, interpellati dal recente sondaggio #Introspezioni lanciato dal Ministero della Giustizia: ricongiungersi con la famiglia, farsi una famiglia, la famiglia come spazio sicuro in cui rieducarsi alla libertà e alla normalità. Alla sua famiglia in Egitto sono andati tutti i soldi rubacchiati da Ahmed che a 12 anni, aggrappato ai pantaloni del trafficante, ha traversato il deserto ed è riuscito a salire sul barcone, in testa i video di quei ragazzi che ridono e scherzano davanti al Duomo di Milano: «Noi facciamo così. I soldi non li teniamo per noi, li mandiamo a casa. Io restavo povero e dormivo in strada» (la sua storia potrete leggerla in questo numero di Futuri, che sceglie la posizione dell’ascolto). Sono molti i testi trap che parlano della madre, «la figura più presente, quella che tiene insieme tutto, il centro emotivo, il punto di resistenza», racconta Mahmood nella bella intervista che ci ha concesso. «Il suo è l’unico giudizio che fa davvero male. È la persona davanti alla quale cadono le maschere». Ma tra ragazzi-dentro e ragazzi-fuori non c’è vera soluzione di continuità. La famiglia è il punto saldo per tutti. È ai genitori che i ragazzi attribuiscono il compito di tutelare e vigilare anche quando si parla dei guai prodotti dal digitale: leggi e divieti non bastano.

Il riferimento costante alla famiglia individua una risorsa preziosa e indica una strada da percorrere, ma a un tempo ci interpella e ci costringe a uno sguardo sincero su noi stessi: siamo capaci di corrispondere a questo bisogno radicale, di riconoscere le nostre fragilità di adulti? Serve un amore che non sempre c’è, bambini che spesso crescono come “orfani di genitori vivi” (Don Fortunato di Noto). Alla radice di grande parte delle problematiche che affliggono bambini e ragazzi – dal maltrattamento ai comportamenti violenti – troviamo quasi sempre nuclei familiari fragili e disfunzionali. Siamo ancora capaci di cercare il nostro baricentro nella preziosa relazione con il figlio, contenendo la deriva narcisistica e “adultescente” che ci vede impegnati ad libitum nella realizzazione di noi stessi, e che nel figlio – quando c’è, e c’è sempre meno – vede un limite e non più uno slancio verso l’illimitato? Sono pronte le istituzioni a investire risorse e attenzione per sostenere i nuclei familiari fin dal momento in cui si costituiscono? Di lavorare per sopperire quel tessuto comunitario, il “villaggio” che serve a crescere ogni bambino, dimensione che si è andata sfaldando? Il premio Nobel per l’economia James Heckman sostiene che «investire sulla prima infanzia», a cominciare da un’educazione di qualità, genera grandi benefici per l’intera società, facendo crescere cittadini «più autonomi e capaci di impegnarsi nella vita e con gli altri in modo attivo» e che «commettono meno reati», benefici che ricadrebbero anche sulle seconde generazioni. Il Nobel ha anche fatto precisamente i conti: «Ogni euro investito rende il 13%». Siamo pronti a seguire i suoi consigli?